giovedì 26 gennaio 2012

Punto e a capo.


Dopo il punto è obbligatorio andare a capo?

E, se sì, quando occorre andare a capo?

Domande scontante che a volte ci creano imbarazzo interpretativo.

Ad esempio: sappiamo che non esistono regole grammaticali che regolano il punto e a capo ma solo norme di comportamento nella scrittura. 
Pertanto, quando il filo del ragionamento si è concluso e si passa ad un altro argomento, allora si deve andare a capo.

Nello scrivere un racconto possiamo iniziare descrivendo:

L’ambiente (punto, a capo)

I personaggi (punto, a capo)

Storia di un personaggio (punto a capo)

Un’azione (punto, a capo)

...e così via…come se un regista accendesse la telecamera su ogni sequenza, prima viene inquadrata l’immagine del bambino, poi quella della donna che apparecchia la tavola e, quando si spegne la telecamera per cambiare inquadratura, si va a capo.

L'abbondanza o la carestia del punto, in un testo, evidenzia lo stile dello scrittore.
Esistono racconti con pochi punti fermi e periodi molto lunghi ed altri che invece hanno molti punti fermi e brevi periodi.

Ad esempio:
"Ho mangiato. Sono scesa al piano di sotto ed ho chiamato Elena al telefono. Poi ho chiuso la porta e sono uscita."

Questo smisurato amore per il punto fermo e le frasi brevi è lo stile di uno scrittore deciso ed autoritario, non vi sembra?
Se si volesse vivacizzare un'azione in uno scritto, allora l'amputazione dei periodi lunghi a colpi di accetta da parte del punto fermo, possono essere la soluzione. Darebbero all'azione descritta un tono di suspense, alternandola poi a periodi lunghi di narrazione.

Questo vale, come ho detto, per una particolare azione che si vuole descrivere; se un romanzo fosse scritto interamente a colpi di accetta, probabilmente il lettore cadrebbe con il faccione a peso morto sul libro con una piccola ed inerme goccia, che uscita dalla sua bocca per la forza di gravità, si troverebbe a penzoloni nell'aria. 
Volete che il vostro libro faccia un'indecente fine?

E allora, alternateli questi periodi! Lunghi e brevi, lunghi e brevi. Date un po' di respiro a quella creatura che ha deciso di leggervi.


E voi usate spesso l'accetta nei vostri scritti?


20 commenti:

  1. Mi sa di si, io utilizzo spesso l'accetta.
    Ma sai? non ci avevo mai fatto caso a questo particolare.

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    1. @Nick: Beh, magari adesso puoi provare ad accettare meno!!!

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  2. sì, nel senso che hombre accetta il tuo consiglio.

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    1. Vedo spesso nei libri che gli scrittori vanno a capo quando invece NON dovrebbero. Infatti volevo scrivere un post al riguardo.

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    2. @Daniele: ma ultimamente ti sto rubando l'idea per i post?!? QUesta è la seconda volta. Non volevo!!!

      Anch'io ho notato che gli scrittori vanno a capo quando non dovrebbero e in effetti anch'io era caduta in quell'errore

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  3. Ho un pessimo rapporto con l'a capo. No, dai, non pessimo. Complicato. Strano. Ma in qualche modo coerente. Con la punto, invece, non seguo una regola generale: alterno frasi brevi e serrate a periodi più lunghi, anche se difficilmente cado nel periodone classico di cinque righe.

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    1. @Salamon: se alterni i periodi lunghi a quelli brevi significa che hai un buon rapporto con la scrittura. Complimenti.

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  4. Io alterno, essendo anche un fan degli incisi, e uso periodi brevi proprio quando voglio essere più deciso. A capo vado nel momento che descrivi.

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    1. @Occhio alle espressioni: allora anche il tuo stile di scrittura come quello di @Salamon è perfetto.
      I lettori vi ringrazieranno per la vostra scrittura.

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  5. Bel post e buon spunto di riflessione. A proposito vorrei portare un autore ben noto come esempio...
    Umberto Eco, nel suo ultimo romanzo "il cimitero di Praga", utilizza periodi lunghissimi, riuscendo anche a cambiare il concetto stesso del discorso senza mai perdersi. A volte anche per ben venti righe consecutive, in cui mi sono spesso ritrovato a pensare: Ehi, ma quest'uomo ha litigato con i punti o cosa?
    però non è mai pesante e scorre tutto più che egregiamente.
    Credo che stia qui la differenze. Non esiste regola su quanti o come; sta tutto nella bravura di chi scrive. Posso anche metterne pochi, ma se non riesco a desreggiarmi allora non vale nulla. Stesso discorso per il contrario: ne metto troppi, taglio il ritmo e gli do una cadenza sfrenata.
    Insomma, bisogna vedere la scrittura come una musica, con i suoi adagi, i crescendo e gli assoli, e sentire le parole suonare nella testa. Così risulta tutto più facile. :)
    Ok, scusa per il commentone, ma l'argomento m'interessa particolarmente... :P

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    1. @Narratore: grazie per il tuo esempio di Eco.
      Hai perfettamente ragione. Impariamo le regole e poi sta a noi dosare gli insegnamenti, dobbiamo essere in grado di fare innamorare il lettore.

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  6. Ciao! c'è un pensierino per te nel mio blog!
    il punto a capo lo faccio spesso e non so se è un bene..
    A presto...Sibilla

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  7. @Sibilla: grazie Sibilla, passo a vederlo

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  8. Bel post! Mi sento solo di aggiungere una cosa. Il punto fermo può essere usato per creare particolari effetti, separando tra loro enunciati non necessariamente pienamente formati.

    Ecco un esempio (inventato ora in diretta e senza badare troppo al senso):
    Il silenzio li avvolgeva.
    Non c'era nemmeno un rumore.
    Nulla.
    Solo silenzio.
    E un pianto sopito negli occhi di tutti.
    Poi, d'improvviso, un grido.

    Mi piace molto usare i punti fermi in questo modo, non certo per lunghi brani ma in momenti in cui si vuole creare tensione possono davvero essere utili...

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  9. @Romina: grazie Romina per il tuo intervento sempre gradito. Nel tuo esempio il punto fermo crea suspense. Bello!

    Utilissimo usare il punto in questo modo.

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  10. Prendo nota di tutto, anche se non si direbbe...Silvana

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    1. @Silvana: Ma ciao Silvi! Iniziavo a sentire la mancanza dei tuoi commenti

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  11. Puntualizzo un saluto, cordialmente domenicale.

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    1. @Frank: ciao e benvenuto al rifugio
      Ricambio il saluto, feriale.

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